Emlou Arvesu.
Donna.
Filippina.
Quarantenne.
Madre.
Moglie.
Colf.
Figlia.
Essere umano.
Sorriso.
Quante pagine posso riempire elencando quello che era Emlou Arvseu?
Un universo nell’universo, un microcosmo nel macrocosmo, come ognuno dei sei miliardi di passeggeri del pianeta.
Ora non è più niente, è una pagina in cronaca, una pagina e più niente.
Ammazzata, massacrata, sbriciolata, fratturata, sfigurata, rotta a pezzetti, sangue per terra, organi distrutti……è vero, e chiedo scusa per questo, le parole fanno male, spaventano, sconvolgono, ma non bisogna avere paura delle parole, dell’orrore che le parole possono comportare, perché affrontare le parole vuol dire prendere di petto, cominciare a prendere di petto, la realtà.
Non possiamo permetterci di aver paura delle parole, perché Emlou Arvesu non può essere liquidata, insieme con l’orrore che si porta dietro, come la vittima casuale di un disturbato mentale, ha il diritto che ciò non avvenga.
Ci sarà pure il disturbo mentale, emergerà nelle reti a strascico dei periti che scandaglieranno il cuore di tenebra della sua psiche.
Ma chi ci spiegherà perché questa follia non si è sfogata sulla folla, sui passanti, sui compagni di scuola, sui colleghi di lavoro, come la spietata realtà della cronaca statunitense ci ha insegnato che accade “normalmente”, perché mai ha assunto le caratteristiche della violenza di genere, ha preso a bersaglio il genere femminile, la donna, la donna in quanto tale, senza alcun altro aggettivo, attributo, connotazione, la donna e basta, la prima donna che passa, quasi un gesto di folle terrorismo verso il genere femminile, ammazzarne una per educarne cento.
Emlou Arvasu è stata uccisa perché donna.
Da uno spietato nemico delle donne.
Uno di quegli uomini che odiano le donne di cui ci ha parlato Stieg Larson.
Uno di quelli che una sera sì e una no al telegiornale dell’ora di cena fanno capolino nelle nostre tavole per aver massacrato la compagna da cui non “potevano sopportare” di essere stati lasciati.
Sarà un mese che abbiamo visto in televisione il più radicale di tutti, il più decisionista, quello che avendo in archivio due “ex” ha deciso, nella sua balzana par condico, di ammazzarle tutte e due.
Emlou Arvasu è una vittima di guerra, altro che spostato, disturbato mentale, è una vittima della guerra degli uomini contro le donne, non di tutti gli uomini ma di troppi.
Una guerra che è in atto, combattuta ogni giorno nel mondo, una guerra che fa sì che un terzo delle donne del mondo subisce oggi, nel 2010, almeno un episodio di violenza maschile nel corso della vita, una guerra che comprende violenze, sopraffazioni, stupri abusi, sfruttamento e morti, migliaia di morti, come a Ciudad Juárez città messicana di cui Wikipedia ci racconta, testualmente, “ famosa dal 1993 a causa degli innumerevoli omicidi perpetrati ai danni di giovani donne, generalmente di umile estrazione sociale e impiegate nelle numerose "maquiladoras", fabbriche in cui si producono i beni d'esportazione destinati al primo mondo.
Si stima che siano avvenuti circa 5000 assassini di donne, contando sia cadaveri rinvenuti nel deserto che ragazze scomparse e non ritrovate. Quasi tutte le vittime hanno caratteristiche comuni: in genere sono di corporatura
minuta, con i capelli lunghi e scuri; l'età media è compresa tra i 14 e i 40 anni, anche con casi di ritrovamenti di bambine di 10 anni.
Tutte le vittime subiscono lo stesso trattamento: rapite sulla strada del lavoro oppure mentre tornano a casa, vengono violentate, torturate, mutilate e uccise. Infatti nella maggior parte dei casi i cadaveri portano i segni delle estreme violenze subite: stupro, morsi ai seni, segni di strangolamento, crani fracassati, pugnalate, percosse. Spesso il viso appare irriconoscibile e il corpo bruciato.
Una delle cause di questo femminicidio è soprattutto la coltre di omertà che circonda la città messicana e che coinvolge magistrati, giudici, politici e poliziotti, molti dei quali legati al narcotraffico e alla mafia locale.”
Proprio per Ciudad Juàrez è stato coniato il neologismo femminicidio , per sottolineare la sua peculiarità di delitto di genere, che lo distingue dal “comune” omicidio.
Nato per definire l’uccisione delle donne in quanto donne, oggi il termine viene impiegato per intendere ogni forma di violenza, anche psicologica ed immateriale, perpetrata nei confronti del genere femminile.
C’è una guerra in corso ed è ora che ne prendiamo atto, che cerchiamo di capirla, di coglierne le specificità e gli aspetti di fondo.
Perché gli uomini che odiano le donne di cui parla Stieg Larson non escono dagli stereotipi dell’emarginazione, del disagio sociale, delle periferie sottoproletarie di Gomorra, dell’abbrutimento che nasce dalla disperazione, no……questi uomini vivono tra noi come nella civilissima Svezia, sono diplomati o laureati, lavorano, possiedono una casa, hanno un livello socio economico da middle class o poco meno, corrispondono, in breve, ad un identikit di “normalità” tale, da mettere paura.
Una simile situazione fa pensare ad una guerra di potere, un potere che gli uomini, alcuni uomini, certo, ma sempre troppi uomini, sentono messo in discussione, sentono di star perdendo: è l’antichissimo sottoprivilegio del maschio, di tutti maschi, l’àncora di salvezza accessibile anche ai maschi più sfigati, più umiliati, più frustrati, di quelli che abitano l’ultimo gradino sociale: la garanzia millenaria di avere qualcun altro sotto di sé, più in basso, qualcuno su cui esercitare una forma di potere, in modo da riscattare e compensare le frustrazioni quotidiane.
Uomini spaventati dal comportamento di donne sempre più capaci di affrancarsi e in grado di vivere egregiamente anche senza sottomettersi ad un uomo, reagiscono ammazzandole o comunque ricorrendo alla violenza.
E’ un’idea, un’ipotesi, uno spunto di riflessione, un punto di partenza. Per cominciare a pensare una controffensiva in questa guerra, una controffensiva di tipo sociale e culturale.
Un’inezia, una fesseria, un niente…..di fronte a tutto il sangue versato per la strada, della mia sorella Emlou Arvesu.
E’ poco, ma è qualcosa che volevo fare per lei.
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